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LA DEFORESTAZIONE NEL MONDO
Le foreste provvedono ad un Habitat di vitale importanza per migliaia di animali, uccelli, e piante che non si trovano in nessun'altro posto nel Pianeta. In particolare , le foreste tropicali e le foreste temperate, è dimostrato che sono la principale ricchezza di biodiversità, così come per il cibo, il reddito e nuove medicine per il mondo umano.
Ma se si continua con questo ritmo queste ricche foreste scompariranno velocemente dalla faccia della terra, sempre per mano degli umani. Ogni secondo, ogni giorno, un pezzo di terra grande come un campo da calcio viene depauperato e reso inaccessibile. Questo vuol dire che 86.400 campi da calcio o più di 31 milioni di campi da calcio ogni anno subiscono il disboscamento per mano umana. E se scompaiono le foreste, così scompariranno anche gli animali, gli uccelli, e le piante che vi abitano - con drammatici cambiamenti di aspetto e clima del Pianeta.
Le Organizzazioni Non Profit che finanziamo hanno protetto ad oggi più di 240.000 Ettari di Foresta nell'America Latina e nei Caraibi.
Aiutaci a continuare proteggere con più forza queste risorse naturali insostituibili.
ALTRI DISASTRI DELLA DEFORESTAZIONE:
CONFLITTI IN ZONE MONTANE - UNA SITUAZIONE A RISCHIO PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE
( fonte: www.montagne.it )
I conflitti fra paesi a monte e paesi a valle possono essere generati anche dai diversi modelli di sfruttamento del territorio, che indirettamente incidono sullo sviluppo del corso del fiume e sui processi geomorfologici correlati.
Nel bacino del Gange-Brahmaputra, ad esempio, il Bangladesh accusa da tempo i paesi posti a monte - Nepal, India e Bhutan - di essere responsabili delle disastrose alluvioni che investono regolarmente le zone del delta. Sebbene le relazioni causali e l'entità del fenomeno non siano ancora ben chiari, il Bangladesh sostiene che la deforestazione del bacino idrico dell'Himalaia abbia causato una erosione progressiva e quindi l'insabbiamento dei fiumi.
Nella stagione secca, quando la portata d'acqua diminuisce ulteriormente per le deviazioni che avvengono in India, il limo si deposita sui letti dei fiumi riducendo la loro profondità e sollevandoli al di sopra del livello medio delle pianure alluvionali.
Durante la stagione delle piogge, quindi, questi fiumi poco profondi non sono in grado di contenere l'enorme volume di acqua monsonica, proveniente sia dai bacini superiori dei fiumi stessi che dai forti rovesci sulle pianure; ne conseguono alluvioni devastanti.
Le polemiche sulle responsabilità di questi disastri ambientali hanno aggravato i già tesi rapporti politici del Bangladesh con gli stati confinanti, e sono alla radice di violenti conflitti interni.
Kenya
Lo sfruttamento intensivo di risorse rinnovabili ha più volte innescato scontri intestini e ha contribuito in modo decisivo alle ostilità degli anni '90; la situazione è sfociata negli odierni crimini di guerra, nei massacri e nel genocidio. Negli altipiani del Kenya la deforestazione, lo sfruttamento eccessivo dei pascoli, l'erosione del suolo e la siccità hanno provocato una drastica riduzione della produzione alimentare a partire dalla fine degli anni '80. Per gli stessi motivi la produzione di caffè, il raccolto più remunerativo del Kenya, è scesa del 30% dal 1989 al 1992.
Bolivia, Colombia e Perù
Allo stesso modo, praticamente tutte le foglie di coca per la produzione di cocaina e crack si coltivano nel triangolo bianco delle regioni andine di Bolivia, Colombia e Perù. Il commercio di stupefacenti è causa di devastazioni ambientali e culturali: deforestazione delle aree collinari, diminuzione della fertilità del suolo e inquinamento idrico, per non parlare della tossicodipendenza, dell'aids e della violenza fra i signori della droga rivali (DENNISTON 1995, 44). In Colombia, ad esempio, è in corso una guerra endemica fra i guerriglieri di sinistra, la mafia della droga e altri gruppi paramilitari. Nel 1993, secondo American Watch, in media 11 persone al giorno sono state uccise per motivi politici, e la morte per arma da fuoco è diventata la causa di decesso più comune fra la giovane popolazione maschile colombiana.
Tibet
(fonte: http://www.kontrokultura.org/archivio2002/167/tibet.html )
Prima dell’occupazione cinese, il Tibet era, dal punto di vista ecologico, un territorio equilibrato e stabile perché la conservazione dell’ambiente era parte essenziale della vita quotidiana dei suoi abitanti. I Tibetani vivevano in armonia con la natura grazie alla loro fede nella religione buddista che asserisce l’interdipendenza di tutti gli elementi esistenti sulla terra, siano essi viventi o non viventi. Questa credenza era ulteriormente rafforzata dalla stretta osservanza di una norma che potremmo definire di "autoregolamentazione", comune a tutti i buddisti tibetani, in base alla quale l’ambiente deve essere sfruttato solo per soddisfare le proprie necessità e non per pura cupidigia. Dopo l’occupazione del Tibet, l’attitudine amichevole e armoniosa dei tibetani nei confronti della natura fu brutalmente soppiantata dalla visione consumistica e materialista dell’ideologia comunista cinese. All’invasione fecero seguito devastanti distruzioni ambientali che causarono la deforestazione, il depauperamento dei pascoli, lo sfruttamento incontrollato delle risorse minerarie, l’estinzione della fauna selvatica, l’inquinamento da scorie nucleari, l’erosione del suolo e le frane. Ne consegue che, ai nostri giorni, lo stato dell’ambiente in Tibet è altamente critico e le conseguenze di questo degrado saranno avvertite ben oltre i suoi confini. Dal 1949, più di 1.200.000 Tibetani, circa un sesto del totale della popolazione, sono morti in Tibet come conseguenza della persecuzione politica, degli arresti, delle torture e della carestia. Oltre 6000 monasteri sono stati distrutti. Sua Santità il 14° Dalai Lama, capo politico e spirituale di sei milioni di tibetani, nel 1959 è stato costretto a lasciare il paese e a cercare rifugio in India. Con lui, sono fuggiti dal Tibet 85.000 Tibetani che hanno trovato rifugio in India, Nepal e Buthan. LE CONDIZIONI AMBIENTALI PRIMA DELL’OCCUPAZIONE CINESE Il Tibet possedeva il più efficace sistema di protezione ambientale di tutte le terre abitate del mondo moderno. Parchi naturali e riserve, a salvaguardia della flora e della fauna, non erano necessari in quanto il Buddismo insegnava alla gente l’interdipendenza di tutti gli elementi, viventi e non viventi, presenti sul pianeta. Il Buddismo proibiva l’uccisione degli animali e insegnava la compassione per gli esseri viventi e l’ambiente. E, soprattutto, il governo tibetano proibiva la caccia. Flora In Tibet crescevano più di 100.000 specie di piante ad alto fusto, alcune delle quali rare ed endemiche. Vi erano più di 2.000 varietà di piante medicinali usate, non solo in Tibet ma anche in India e in Cina, per preparare i medicamenti secondo i sistemi tradizionali. Molto diffuse erano lo zafferano, il rabarbaro di montagna, l’elleboro, la serratula alpina himalayana e il rododendro di cui esistevano, sull’altopiano tibetano, ben 400 specie diverse, quasi il 50% delle varietà esistenti sulla terra. Uccelli In Tibet esistono 532 specie di uccelli raggruppate in 57 famiglie. Vi sono cicogne, cigni selvatici, il martin pescatore, oche, anatre, rapaci, fringuelli, l’uccello pigliamosche della giungla, tordi, pappagalli, cutrettole, vari tipi di uccelli canori, avvoltoi, e una particolare, bellissima specie di picchio. L’uccello più raro e famoso è la gru dal collo nero, chiamata dai Tibetani "trung trung kaynak". Animali selvatici Le montagne e le foreste del Tibet davano un tempo rifugio ad un grande numero di animali selvatici rari e in via di estinzione quali il leopardo delle nevi, il leopardo maculato, la lince, l’orso nero himalayano, il burdocade tibetano (un ruminante tipico del Paese delle Nevi), lo yak selvatico, il cervo muschiato, la gazzella tibetana, l’antilope tibetana, la lepre dell’Himalaya, il panda gigante, il panda rosso e molti altri. Foreste Le foreste tibetane ricoprivano un’area di oltre 25 milioni di ettari. La maggior parte ricopriva i pendii scoscesi della regione sud orientale del paese. Erano foreste di conifere tropicali e subtropicali, per la maggior parte costituite da abeti rossi sempreverdi, pini, larici, cipressi, betulle e querce. Le foreste tibetane erano di vecchia crescita, con piante di più di duecento anni. La densità media della vegetazione era di 272 metri cubi per ettaro ma nella regione dello U-Tsang poteva raggiungere anche i 2.300 metri cubi per ettaro, la più alta densità del mondo per una vegetazione di conifere. Minerali Il Tibet era anche ricco di risorse minerali mai sfruttate. Nel suo sottosuolo vi sono 126 tipi di minerali tra i quali oro, litio, uranio, cromite, rame, borace e ferro. Il Tibet possiede inoltre i maggiori giacimenti d’uranio del mondo. I giacimenti di petrolio della regione dell’Amdo consentono l’estrazione annuale di più di un milione di tonnellate di greggio. Fiumi In Tibet nascono alcuni dei più grandi fiumi dell’Asia. Tra i tanti, ricordiamo il Brahmaputra, l’Indo, il Mekong, lo Yangtse e il Fiume Giallo. Lasciato il Tibet, i fiumi bagnano l’India, la Cina, il Pakistan, il Nepal, il Buthan, il Bangladesh, la Birmania, la Tailandia, il Laos e la Cambogia, assicurando, assieme ai loro tributari, il fabbisogno idrico necessario a milioni di persone. Alcune ricerche hanno dimostrato che i fiumi che nascono in Tibet assicurano la vita al 47% della popolazione mondiale e all’85% dell’intera popolazione asiatica. La questione ambientale tibetana non è quindi soltanto un problema locale, ma è di cruciale rilevanza a livello internazionale. Preservare l’Altopiano Tibetano dalla devastazione ecologica è essenziale non solo per la sopravvivenza dei tibetani ma anche per la salvezza di una metà dell’intera umanità.
Decimazione della fauna selvatica in Tibet
Prima dell’invasione cinese in Tibet era rigorosamente vietata la caccia agli animali selvatici. I Cinesi non hanno rispettato questo divieto ma hanno anzi attivamente incoraggiato lo sterminio degli animali rari o in via di estinzione. Il leopardo delle nevi, per fare un esempio, è cacciato per la sua pelliccia, venduta a prezzi elevatissimi sul mercato internazionale. I permessi per cacciare l’antilope tibetana oppure l’argali , un raro tipo di pecora selvatica, costano rispettivamente 35.000 e 23.000 dollari americani. La carne delle antilopi, delle gazzelle e degli yak selvatici è venduta nei mercati cinesi e anche europei.
Deforestazione
In nome dello "sviluppo", più di 70.000 cinesi sono addetti al taglio indiscriminato delle piante secolari che costituiscono le ricche foreste delle regioni orientali e meridionali del territorio tibetano. La medesima situazione è riscontrabile in altre aree del Tibet, quali Markham, Gyarong, Nyarong e alcune zone del Kham e del Kongpo. La superficie boschiva del Tibet che, nel 1959, si estendeva su 25.2 milioni di ettari, nel 1985 si era ridotta a soli 13.57 milioni di ettari, pari alla distruzione del 46% delle foreste. La deforestazione è ancora drammaticamente in atto e si calcola che, ai nostri giorni, l’80% delle foreste siano state abbattute. Radio Lhasa ha dato notizia che solo tra il 1959 e il 1985 la vendita del legname ha fruttato alla Cina più di 54 miliardi di dollari americani. Ancora oggi, più di 500 automezzi carichi di legname tibetano lasciano la località di Gonjo, nel Kham, diretti verso la Cina, ma a volte accade che, per incuria e cattiva organizzazione, molti carichi vengano abbandonati lungo la strada, dimenticati nei capannoni oppure marciscano nell’acqua, lungo le rive dei fiumi. Il rimboschimento è minimo e spesso senza successo a causa della poca cura prestata alle giovani piante.
Effetti della deforestazione
Erosione del suolo e inondazioni: La massiccia deforestazione, il proliferare delle miniere e una politica agricola basata sullo sfruttamento intensivo dei campi contribuiscono ad aumentare l’erosione del suolo. Il fango che si riversa nei fiumi che scendono dall’altopiano tibetano (l’Indo, il Brahmaputra, il Sutley, il Mekonk, il Fiume Giallo e lo Yangtse) scende nei paesi a valle innalzando il letto dei fiumi e causando devastanti inondazioni che, a loro volta, provocano estese slavine. Di conseguenza, si riduce l’estensione delle terre coltivabili con gravi danni per l’economia di milioni di persone. Secondo gli esperti, le frequenti inondazioni che si verificano nel Bangladesh sono in diretta relazione con la deforestazione attuata in Tibet, nella parte superiore dei fiumi.
Effetti climatici a livello globale:
Il ruolo dell’Altopiano Tibetano sul sistema climatico del globo è rilevante. Gli scienziati hanno evidenziato una correlazione tra la vegetazione spontanea del Tibet e la regolarità dei monsoni. Le piogge monsoniche, indispensabili per la sopravvivenza delle regioni dell’Asia meridionale, costituiscono il 70% delle piogge che ogni anno cadono in l’India. Tuttavia, un monsone troppo violento è causa di immani calamità naturali. Alcuni scienziati, tra i quali ad esempio lo statunitense Elman Reiter, hanno dimostrato che l’ambiente dell’Altopiano esercita una diretta influenza sui cosiddetti "jet streams", i venti d’alta quota che soffiano sul Tibet, che, a loro volta, sono la causa dei tifoni che si scatenano sull’oceano pacifico e del fenomeno conosciuto come "El Nino", una corrente calda che rimescola le acque dell’oceano ed ha causato la distruzione della catena alimentare marina danneggiando l’economia delle zone costiere della California, del Peru e dell’Ecuador. Contemporaneamente, paesi quali la Nuova Zelanda, l’Indonesia, l’Australia, l’India e il Sud Africa hanno attraversato un periodo di terribile siccità.
Cattiva amministrazione agricola:
Nel corso degli anni ’60, il governo cinese ha introdotto, in Tibet, in campo agricolo, alcune riforme che hanno portato il paese alla carestia. La sovrapproduzione e lo sfruttamento agricolo intensivo hanno inoltre causato la scomparsa di molte erbe medicinali e di piante commestibili e hanno distrutto gli esemplari che costituivano la riserva di cibo invernale per gli animali selvatici. Questa politica agricola sconsiderata ha fatto sì che il suolo venisse eroso sia dal vento sia dall’acqua dando avvio ad un processo di desertificazione. Secondo dati forniti dal governo cinese, in Cina e in Tibet la desertificazione per opera di interventi umani interessa una superficie pari a circa 120.000 chilometri quadrati di territorio. Le autorità cinesi obbligano gli agricoltori tibetani a comperare e usare fertilizzanti chimici e insetticidi. I contadini sostengono che questi fertilizzanti sono estremamente pericolosi sia per il raccolto che per l’ambiente. IL TRASFERIMENTO DELLA POPOLAZIONE Uno dei più gravi pericoli che minacciano il popolo tibetano, la sua cultura e l’ambiente è costituito dal massiccio trasferimento nel paese, soprattutto in questi ultimi anni, di personale civile e militare cinese. Ai nostri giorni, i sei milioni di tibetani residenti sono sopravanzati numericamente da sette milioni e mezzo di cinesi. A Lhasa, il rapporto tra tibetani e cinesi è di due a uno. In seguito a questo trasferimento di popolazione, i tibetani sono stati emarginati in campo economico, educativo, politico e sociale e la tradizionale e ricca cultura tibetana sta rapidamente scomparendo. In Tibet, sotto il regime totalitario cinese, i "progetti di sviluppo" non tengono in alcun conto i parametri di Valutazione di Impatto Ambientale. Inoltre, questi "progetti di sviluppo" favoriscono solo gli immigrati cinesi e incoraggiano il loro insediamento nel paese relegando i tibetani a una posizione di cittadini di seconda classe nella loro stessa patria, e, di conseguenza, violando i diritti fondamentali del popolo tibetano garantiti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite. LA CENTRALE IDROELETTRICA DELLO YAMDROK TSO Il più assurdo e catastrofico, dal punto di vista ambientale, dei cosiddetti "progetti di sviluppo" cinesi è costituito dalla costruzione della centrale idroelettrica di Yamdrok Tso (il lago Yamdrok), a circa un centinaio di chilometri da Lhasa. A causa di questo progetto, il lago, che i Tibetani considerano sacro, è destinato a scomparire. Nel 1993, tutte le sorgenti d’acqua potabile della zona si sono prosciugate e i contadini Tibetani sono stati costretti a bere l’acqua del lago. Ciò ha causato gravi problemi alla loro salute quali diarrea, perdita di capelli e malattie della pelle. A causa del progetto, i Tibetani della zona hanno inoltre perduto, in modo irreversibile, il 16% della terra coltivabile. LO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE MINERARIE In Tibet, lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie è iniziato negli anni ’60. Il governo cinese ha enormemente intensificato l’estrazione di borace, cromo, sale, rame, carbone e uranio per garantire le materie prime necessarie allo sviluppo industriale. Ai nostri giorni, nei distretti di U-Tsang e di Amdo, esistono numerose miniere sia pubbliche sia private. L’aumento delle attività minerarie riduce ulteriormente la vegetazione e fa aumentare il pericolo di frane, l’erosione del suolo, l’inquinamento dei torrenti e dei fiumi oltre a danneggiare l’habitat degli animali selvatici. La metà delle riserve di uranio della terra si trova nelle montagne attorno a Lhasa. In Tibet si trova inoltre il 40% delle riserve di ferro della Cina oltre a cospicui giacimenti di carbone, oro, rame, piombo, borace e petrolio. Secondo l’agenzia ufficiale cinese Xinhua, il 31 ottobre 1995 la Cina ha incrementato lo sfruttamento delle risorse minerarie della Regione Autonoma Tibetana. Gli introiti derivanti da questo sfruttamento sono stimati nell’ordine di 78.27 miliardi di dollari americani.
La denuncia (nei documenti delle ONG) dell'occupazione cinese è stata una delle due ragioni indicate da Condoleeza Rice (Consigliere per la sicurezza nazionale nell'amministrazione USA) per l'abbandono da parte degli USA della Conferenza di Durban contro il razzismo. L'altra, come sapete, era la denuncia di Israele. Per i curiosi, i verbali delle prepcom dovrebbero ancora essere nel sito dell'Alto Commissario per i Diritti Umani.
Colombia
(fonte: http://www.nuovacolombia.net )
DOMANDA: Le fumigazioni stanno contribuendo alla deforestazione in Colombia?
RISPOSTA: Un argomento spesso utilizzato per legittimare le fumigazioni è che le coltivazioni illecite e il processamento della droga colpisce l’ambiente e contribuisce di più alla deforestazione che le fumigazioni stesse. Sebbene sia le coltivazioni illecite che il loro processamento causino seri danni all’ambiente, lo stesso non è meno vero per le fumigazioni. Se i loro terreni sono fumigati, i coltivatori di coca si vedono obbligati ad andare all’interno della selva per piantare nuove colture. La deforestazione e l’inquinamento che causano, sarebbe stato indirettamente motivato dalla fumigazione dei loro terreni. Per la semplice ragione della sopravvivenza, siccome il bacino Amazzonico esiste come un area potenzialmente coltivabile, ogni ettaro fumigato sarà sostituito da un altro ettaro all’interno della selva. Spruzzando queste sostanze chimiche continuamente si fanno evacuare le zone coltivate verso territori più vulnerabili ecologicamente, moltiplicando gli effetti della deforestazione in Amazzonia e nelle montagne andine.
DOMANDA: Che cos è il programma di eradicazione aerea?
RISPOSTA: La fumigazione delle coltivazioni illecite è comparsa in Colombia negli anni ’70 come parte di una strategia di riduzione delle coltivazioni. La Marijuana era la prima coltivazione fumigata; la coca ed il papavero seguivano. Sono stati utilizzati vari erbicidi. Più di 200.000 ettari di coca e 60.000 ettari di papavero sono stati fumigati nell’ultima decade, utilizzando più di 3 milioni di litri di glifosato. Circa 25 anni di fumigazioni hanno ampiamente dimostrato che questa strategia non è efficace, avendo infatti contribuito ad aumentare l’area coltivata sia a coca che a papavero.
La strategia della riduzione delle coltivazioni ed il modo in cui è stata condotta in Colombia sono solo serviti ad alimentare un circolo vizioso della distruzione. Questo circolo causa inquinamento, sposta le coltivazioni sempre più all’interno della selva causando una drastica deforestazione. Le coltivazioni che si disperdono vengono poi a loro volta fumigate ed il ciclo si ripete.
Le fumigazioni aeree sono anche parte della struttura della guerra in Colombia. Non ci sono solo fattori tecnici legati agli erbicidi, l’impatto ambientale e così via. Le fumigazioni prevedono una guerra logistica e misure di sicurezza. Gli aerei che se ne occupano devono essere accompagnati da elicotteri ed alcune volte questi utilizzano mitragliatrici nelle aree adiacenti le coltivazioni causando panico tra le comunità.
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